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*Il Supermarket degli Uomini*

in costruzione

Attesa al Polo ovvero elogio al treno

Quando il freddo ti entra nelle ossa è inutile coprirsi di maglioni.
Forse solo entrando dentro (letteralmente) ad un caminetto acceso si può trovare ristoro.
I brividi ti percorrono la schiena, i muscoli sono contratti come se volessero formare una palla con il tuo corpo.
In seguito, arriva il male alla testa a braccetto con un fastidio agli occhi e l’irrigidimento del collo. Le dita sono doloranti e ti fai piccola piccola ma nulla pare servire per trovare un po’ di sollievo.

Il fuoco, gran bella scoperta. Vorresti accenderne uno, vorresti sentire la tua pelle tirare per il troppo calore.

Termosifoni spenti, spifferi ovunque, ti chiedi dove sei finita, se è possibile che nel 2011 si debba ancora patire così tanto per il freddo.
Ti basterebbe una coperta, lo sai, per contenere il freddo, il cappotto dentro cui ti rannicchi è praticamente inutile.

Attendi, attendi invano il treno che verrà, se verrà quando verrà.
E maledici mentalmente la tua auto che sarà anche un catorcio ma almeno il riscaldamento funziona e non devi aspettarla e aspettarla rischiando il congelamento.

Intanto il prezzo del biglietto è aumentato, un treno soppresso, la biglietteria chiusa e la emettitrice automatica non dà resto e si mangia le monete.

Pensi all’ecologia e quasi quasi rinneghi la tua simpatia verso le cause ambientali, poi ti viene in mente il prezzo della benzina e di colpo ritorni ambientalista.

Finalmente, ecco arrivare il treno.

Di serie A, di serie B ovvero come ritrovarsi esclusi, sempre e comunque.

Secondo voi, la casa della Donna delle Pulizie è tirata a lucido come uno specchio?
Per me no, perché dopo aver pulito tutto il giorno, non credo abbia voglia di pulire ancora, una volta arrivata a casa.
Se si giudicasse questa Donna delle Pulizie in base a come conduce la sua, di abitazione, probabilmente la si bollerebbe come una totale incompetente.

La pulizia, a certi livelli, diventa un fatto soggettivo, quanto deve brillare qualcosa per essere brillante? E se la Donna delle Pulizie, finito di pulire, aprendo la porta fa entrare dello sporco?

Sappiate che esistono persone per le quali sbagliare è una delle poche certezze che hanno (l’altra è la morte).
Sembra assurdo, ma vi assicuro che per alcuni non si tratta di scegliere tra “gusto o sbagliato” oppure il male minore: ogni passo sarà la peggior soluzione in ogni caso.

Terribile? Forse in un primo momento, poi si è quasi rassicurati da questo perché infondo, qualsiasi esse siano le certezze danno sicurezza.
È inutile restar a limarsi la testa, nonostante tutto si sbaglierà. Si potrà serenamente scegliere una delle infinite strade sbagliate senza rimorsi, dal momento che la strada giusta non è prevista, sapendo che alla fine tutti (serie A o serie B) faremo la stessa fine.

Serie A o serie B…
Le persone di serie B (quelle per intenderci che comunque sia sbagliano) non hanno amici nè sostenitori.
Se hanno idee alternative, verranno snobbati: qualunquisti, populisti, retoricisti, estremisti.
Se abbracciano una scuola di pensiero allora ovviamente sono conformisti senza pensiero critico.

Quanto costa pubblicare un libro, ovvero: vale la pena pagare un editore?

Tutti hanno un libro nel cassetto, molti pubblicano e troppi si fanno fregare.

Forse non tutti sanno che senza codice isbn, il tuo libro non esiste.
Quanto costa codice? 2,50.
DUE EURO E CINQUANTA. A TITOLO E FORMATO.
Sì, avete letto bene.
Se un “editore” ti chiede 100 euri per un isbn TI STA FREGANDO: con meno di quella cifra puoi iscriverti direttamente al registro isbn come editore e averne un pacco da dieci.
ANCHE SE SEI UNA PERSONA FISICA.
Io l’ho fatto. Se ci sono riuscita io, chiunque può. Contestualmente si può acqistare, sempre dallo stesso sito, il codice ean ovvero quello a barre.

Un volumetto di 100 pagine in piccola e infima edizione in 200 copie, stampato online costa dai 700 ai 1200 €. Se chiedete alla tipografia più vicina per me spendete meno.
Se un editore vi chiede di più, chiedetevi il perché.

Un manoscritto, prima della pubblicazione, farebbe bene a passare un po’ di tempo con un editor o almeno con un correttore di bozze: il parere di un estraneo imparziale è utile fondamentale, se non altro per ridimensionare il proprio ego.
In giro per il web si possono trovare editor, valutatori e correttori di bozze che lavorano per tutte le tasche al pari dei professionisti, alcuni addirittura gratis (cercate beta readers e capirete).
Vedete di tenerlo a mente, quando l’editore vi chiederà mille euri per sistemarvi le inclinazioni degli accenti.

Copie.
Di quante ne avete bisogno?
Siamo sinceri: se siete dei priuscite a venderne 200 è un buonissimo risultato. Meglio ristampare che riempirsi la casa di libri invenduti.
C’è sempre il simpaticone che vi pubblica obbligandovi a comprare un certo numero di copie.
Senza tanti giri di parole: non crede in voi ed ha paura di prendere una fregatura pubblicandovi.
Non mi sento di condannare una piccola casa editrice che lo fa per sopravvivere, ma fin troppi ci marciano sopra. Occhio al numero di titolo fatti uscire all’anno, potreste capire molte cose.

Distribuzione e servizi accessori.
Non fidatevi di chi vi dice il vostro libro sarà ordinabile in tutte le librerie fisiche e online del pianeta. Ciò sarà anche vero ma riflettiamo: chi va in una libreria a ordinare il vostro libro? Ai conoscenti si vende direttamente, agli estranei con le presentazioni.
Su internet dal vostro sito, io per prima su ibs o amazon non compro libri di esordienti, ma magari se lo conosco ad esempio su twitter forse gli chiederei di spedirmelo.

Per quanto riguarda gli eventi, una casa editrice che non ve li organizza non è interessata a vendere il libro. Forse perché ci ha già guadagnato vendendo all’autore?

SE

1Dovete comprare un numero di copie superiore ad un terzo del totale
2Dovete pagarvi l’editor
3Dovete provvedere voi alla copertina
4Dovete pagare per isbn
5Dovete pensare voi alla promozione
6Dovete pagare la SIAE
7Varie ed eventuali a cui non voglio pensare

Riflettete se ne vale DAVVERO la pena di affidarsi ad un editore.
Autopubblicatevi: spesa minore, stessa fatica, tutto il frutto delle vostre fatiche rimane a voi.

Il signor Flanella, ovvero traumi infantili

Ho sempre avuto un ottimo rapporto con i libri, fin da bambina.
Ho sempre letto tantissimo, quasiasi cosa.
Raramente rimanevo delusa dei contenuti, ma quella volta posso addirittura dire di esser rimasta traumatizzata.

Avrò avuto una decina di anni, non di più, quando trovai dei vecchi romanzi di mia mamma.
Uno provocò il danno.
Era un rosa, ma non di quelli che pensate voi.
Non ricordo di preciso la trama, ma a grandi linee era questa:

Una ragazza si innamora della simpatica canaglia del gruppo mentre era corteggiata da un suo collega di lavoro, goffo e mammone, che lei ha soprannominato “Signor Flanella” per via delle maglie che la mamma di lui gli costringe ad indossare.
Passa i pomeriggi dividendosi tra il lavoro, i sospiri pensando al suo bello e le risate di scherno con le amiche verso il Flanellone.

E fin qui tutto bene, nulla di male.
Ma passiamo al finale:

Inaspettatamente la protagonista decide che per lei è meglio sposarsi con il Signor Flanella e sua madre, sapendolo, muore sollevata SORRIDENDO sul divano di casa.

 

Solo al ricordo, mi ritraumatizzo.

Non so decidermi cosa fosse peggio, per il matrimonio con il flanellone o l’idea di sua madre che moriva contenta così, senza motivo, sapendo che la figlia era sistemata.

Scusatemi, ma davvero non riesco a proseguire.

 

Nevica, governo ladro! Ovvero: ops, ha smesso. Scusate, mi correggo: c’è il sole, governo ladro!

Ditemi il vostro segreto, avanti! Come fate? Come fate a svegliarvi la mattina senza rammaricarvi del fatto che anche questa volta il mondo non è finito?

Non tutti son capaci di fare tutto.
Tra gli esseri umani c’è una differenza sostanziale.
Tutti gli esseri umani hanno uguale dignità.

Il mio post potrebbe chiudersi qui, in tre frasi ho già detto tutto.

Viviamo in un’epoca neo-darwinista, il più debole (quello che non è riuscito ad adattarsi) deve soccombere per il bene del resto della specie.

Dunque cari precari, disoccupati, inccupati, cassa(dis)integrati, in mobilità, le opzioni sono due: o crepare o uscire dalla vostra situazione da soli.

Ma noi siamo esseri che hanno qualcosa in più rispetto alla natura, o almeno dovremmo averlo.

La chiamiamo “umanità”.

Manca di umanità, questa umanità.
I soldi dovrebbero essere un mezzo, gli esseri umani il fine.
Oggi è il contrario.
Stiamo bene?
No, però accettiamo tutto, perché non so spiegarmelo.

Probabilmente siamo tutti drogati.
(Amici complottisti è il vostro momento: sbizzarritevi!)

Favoletta precaria ovvero italiani passati e presenti

C’era una volta, nel secolo scorso, un bambino che subito dopo aver fatto la Prima Comunione (nel senso del lunedì dopo), fu mandato a lavorare come garzone con il contratto che vigeva all’epoca: lui lavorava e suo padre passava a ritirare la paga.
Arrivò la guerra e si ritrovò da giovanotto prigioniero in Russia. La guerra finì e tornò a casa a piedi (non è una metafora).
Tornato a casa, sposò la sua ragazza ed andarono ad abitare in affitto in un appartamento che aveva il bagno comune ai condomini del palazzo. Con il suo lavoro di falegname, riuscì a costruirsi una casetta con due appartamenti. Prese la licenza media serale e ottenne un lavoro da bidello.

Suo figlio studiò fino alle superiori, si diplomò e cambiò qualche lavoretto finchè decise di sposarsi. Fece pertanto un concorso comunale e vinse il posto di Dado all’asilo nido.
Negli anni, fece carriera e ottenne un posto in un ufficio pubblico.

Passati trent’anni, la musica è cambiata.

Se fosse nato oggi, non avrebbe potuto seguire questo percorso, infatti:

L’asilo nido è gestito da una cooperativa (non commento. Chi ha provato a lavorarci può capire)
Per lavorare nei nidi ci vuole la laurea (una volta bastavano i tre anni della scuola magistrale, forse).
Quando in Comune un dipendente va in pensione non assumono nessun sostituto.

Le domande che nascono sono davvero tante.
I sacrifici si sono sempre fatti e li faremo, non è un problema.
Quello che spaventa è che se una volta c’era la speranza in un futuro migliore e effettivamente ciò accadeva, ora siam sprofondati in una società fortemente darwinistica dove realmente sopravvive solo chi è più forte.

Ma cambiamo soggetto.

C’era una volta una ragazza che dopo la terza media fece un corso da dattilografa. Ottenne un posto come segretaria ed ora è prossima alla pensione, dopo quarant’anni di lavoro sotto lo stesso padrone.
I suoi figli sono andati al nido e aveva l’aiuto dei suoi genitori, sia materiale che di assistenza.

Oggi non sarebbe stato possibile.
Prima di tutto con la terza media e un corsettino non l’avrebbe assunta nessuno.
Poi il nido, avrebbe avuto accesso? L’avrebbe potuto pagare? Credo di no. E sua mamma, l’avrebbe aiutata? Probabilmente no nemmeno in questo caso: il tempo non l’avrebbe avuto causa lavoro e nemmeno la possibilità economica, sempre causa lavoro.
Perché come accade oggi, non bastano nemmeno due stipendi per vivere tranquilli.

E vedo amici dei miei genitori darmi sorridendo amaramente la notizia del loro pensionamento, come quell’elegante signora, professione operaia, che mi disse: 《Dopo quarant’anni di lavoro, non mi sarei mai immaginata di finire la mia carriera così, cassintegrata in attesa della pensione. Mi sento come se fossi fallita con la mia azienda.》

Il fiocco di neve che non cade da nessuna parte ovvero in memoria di Splinder

Ieri sera, a mezzanotte meno un minuto, Splinder, la piattaforma di blog italiana credo più famosa, ha chiuso i battenti e con lei tipo 300.000 blog e 600.000 utenti.

Ho iniziato a bloggare proprio con Splinder, nel lontano 2004. Erano altri tempi, non avevo l’adsl e usavo il pc della sala computer dell’università.
Ho mosso i primi passi con i templates, i css e quelle robe lì.
Ho creato davvero grafiche estremamente pesanti e (diciamolo pure) abbastanza trash e non mi sono divertita perché ogni giorno c’era un prolema nuovo.
Lo aprii dopo aver notato che nella community che frequentavo era praticamente l’unica a non averlo e su consiglio di un libro preso alla biblioteca di Imola (mi accusarono ingiustamente anche di averlo rubato, tra l’altro)
Erano tempi d’oro per il mio blog: vistite e commenti (pressoché inutili) alle stelle, senza che scrivessi niente di speciale.
E c’erano blog interessanti o forse gestiti da persone che commentavano tutti i giorni.
Poi, il passaggio a Iobloggo e successivamente a WordPress con dominio mio.

C’è stato un momento che pareva che chiunque avesse almeno un blog su Splinder: c’erano i blog che sfottevano gli altri blog, i blog pink-punk avrillavignosi, le anoressiche adoratrici di Ana, i fake, le astrologhe, i blog bdsm, gli emo, le wiccan,i GDR, chi aveva il suo archivio di racconti e chi li criticava…

Mamma quanti flames, trollate, fake e polemiche basate sul nulla che saranno dissolte nella rete…
E se razionalmente mi dico che è un bene, sentimentalmente parlando mi mancheranno.

Comunque, è una parte di web italiano che finisce e tutte le storie, sia le stupidate che le cose interessanti ora non esistono più. E mi chiedo se  sia giusto.

Credo che presto Iobloggo subirà la stessa sorte, come sono fuggita da Splinder per la sua scarsa funzionalità, me ne andai pure da lì. A malincuore, devo dire, ma il bannerone in cima fa pena.

LiveJournal scusate ma non l’ho mai amato più di tanto, per quanto riguarda Blogspot… beh, all’inizio faceva proprio pena, ma ora è ok, non ti tormenta con i banner e questo vuol dire molto.
Il meglio però rimane WordPress, su un proprio spazio web, ovviamente.

Ma non infanghiamo la memoria di un compagno di viaggio.

Ciao, Splinder, chissà se esiste un Paradiso per le piattaforme di blogging.
Ripensandoci, non credo che con te si ponga il problema…

Vecchi ricordi, ovvero: se non ti piace non leggere.

Tutto parte da un tweet.
Da qualche tempo a questa parte quasi qualsiasi cosa parte da un tweet. E dalla mia curiosità,ovviamente.
Fatto sta che un hastag mi porta a questo articolo.
Credetemi, sarei stata ben lieta di lasciare la mia opinione direttamente lì ma, dopo due giorni di tentativi falliti, la mia pazienza è evaporata ed ecco nascere questo mio.
Che dire, il signor Bertante, mi ha riportato alla mente la mia frequentazione nella community di scrittura amatoriale EFP, quando ancora nell’url appariva la dicitura “egoio”. Età media sedici anni, le lamentele identiche.
Deve sapere, gentile signore, che anche lì autori si lamentavano di blog nati per deridere gli scritti altrui e si scatenavano dei flame epici che si risolvevano nella regola d’oro “se non ti piace, non leggere”.
Certi blog la irritano?
Non li frequenti. Li lasci parlare, se sfogano le loro frustrazioni così a lei che importa?
E, nel caso avessero ragione, si ricordi l’altra regola d’oro imparata su EFP e testata di persona: “qualsiasi boiata sgrammaticata avrà i suoi sostenitori da qualche parte.”

Suvvia, la vita è troppo breve per perder tempo leggendo fesserie!

Edit: ennesimo tweet, argomento simile.
La signora Monti si chiede perchè ci siano commentatori aggressivi che molto spesso si riducono ad un insulto.
Vede, i maleducati esistono da moooolto più tempo del web 2.0 e ce li ho anche io, nel mio blog che non legge nessuno.
Il modo migliore per reagire è rispondere gentilmente facendo emergere così la cafonaggine del commentatore arrabbiato.
E andare avanti, fregandosene.

Buon proposito per il 2012 ovvero facciamo la nostra parte di brave goccioline nell’oceano!

La Befana non usa le calze della Golden Lady.

Il mistero della tracciabilità del panettone, ovvero: si stava meglio quando si stava peggio anche se i treni arrivano ugualmente in ritardo

Immaginate la scena: stessa borsa, stesso cappotto, nessuno se n’è accorto.
Sono passati cinque anni e siamo ancora lì, a ridere e chiacchirare.
Oh Bologna! Quanto mi manca il periodo in cui ti attraversavo, ingenua e spensierata, quando il mio problema più serio era trovare posto in aula computer perché avevo appuntamento in chat con le amiche con le quali dovevo assolutamente discutere del tal manga!
Tutto è diverso, tutto è uguale.
La stazione, i barboni.
Non ci sono più i punkabbestia, la Feltrinelli é ancora lí e come al solito usciamo senza comprare nulla.
Il telefono squilla, è mia mamma. Ma non è come allora perchè non è lei che vuole sapere quando torno, bensì i miei bambini.
E si parla di chi non c’è, di chi si è perduto.
A volte la vita fa così.
Poi ci si ritrova adulti, tre birre, una piadina e un tè. E siamo sempre noi, nonostante tutto.